domenica 23 agosto 2015

Finché c'è vita c'è speranza



“… Mi colpisce la solidarietà fra l’assassino e il pescatore. Sento di poter individuare una sorta di identificazione fra il pescatore e Gesù. Anche l’uomo di Nazareth divideva i pani e i pesci con gli uomini della peggior risma… anche se uno è stato un assassino, non si può lasciare senza acqua e pane, il pescatore – anziano, con il suo solco lungo il viso – nella vita ne ha viste tante e sa bene che si può perdonare anche chi ha ucciso…”.
Don Andrea Gallo, da “Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo Fabrizio de André nel testamento di un profeta”, Edizioni Piemme Spa, Milano.

Don Andrea Gallo:
  •          Il prete anarchico;
  •          Il prete di strada;
  •          Il prete di sinistra.

Una voce fuori dal coro che ha saputo parlare di Gesù, dal basso delle periferie, intrise del dolore della delinquenza.
L’assassino della ballata di De André è stato accolto dal pescatore, come persona, con la sua dignità, nonostante gli sbagli che abbia potuto commettere nella vita. L’accoglienza dell’altro nella sua diversità è il primo insegnamento che dovrebbe derivare dall’Amore Cristiano. Dall’accoglienza può nascere la redenzione. Spesso invece, i cosiddetti Cristiani sono intolleranti verso chi è diverso da loro, verso coloro che peccano. E scagliano le pietre!

Non siamo in grado di stare l’uno davanti all’altro, guardarci negli occhi e dire quanto abbiamo bisogno d’amore, di considerazione, d’accoglienza. Siamo troppo impegnati nel lavoro, nella corsa all’acquisto dell’ultimo smartphone uscito, per fermarci ad ascoltare i nostri bisogni interiori. Questi ultimi sono stati sostituiti dai bisogni esteriori di conformità a status symbols ormai dominanti, caratteristici dell’attuale società narcisistica.

È per seguire i bisogni esteriori di cui sopra, che molti si danno alla delinquenza: è più facile far soldi spacciando droga, piuttosto che lavorare 8 ore al giorno. Con l’incalzare della disoccupazione e della crisi economica poi, la disperazione e la rabbia aumentano a dismisura e in molti casi si giunge alla legittimazione dell’illegalità. Quest’ultima è aumentata ormai, in tutti gli strati sociali!

Ecco allora che ci ritroviamo con i carceri affollatissimi, carichi di delinquentucci e di immigrati clandestini, altri disperati che corrono verso un illusorio mondo migliore.

I grandi delinquenti, quelli che tirano le fila, non sono in carcere, sono liberi di operare in tutta tranquillità, ma questa è un’altra storia!

Affrontare i problemi dei carceri sovraffollati, degli immigrati clandestini, della delinquenza dilagante, è di sicuro necessario. Ma per cambiare le cose veramente, bisogna cambiare prospettiva e tornare a valorizzare il nostro mondo interiore: quello che ci mette in contatto con la nostra natura umana e divina; quello che ci permette di accorgerci dei nostri bisogni e di quelli degli altri; quello che ci rende capaci di accogliere l’altro in quanto portatore di dignità, di qualsiasi colore o religione o sessualità sia e qualsiasi cosa abbia fatto nella vita.

Forse sono in preda a un delirio che vagheggia un’utopia, ma voglio gridare lo stesso, prendendo in prestito un antico motto: “Finché c’è vita c’è speranza”!
E c’è veramente… speranza di riscatto, di perdono, di redenzione.



lunedì 25 agosto 2014

"LA DONNA DEVE STARE AL SUO POSTO"

Qualche giorno fa guardavo Forum, la trasmissione in onda su Rete 4, in cui si discutono casi giuridici davanti a un giudice, con l'intervento del pubblico parlante.
Il caso discusso coinvolgeva un uomo sposato e la sua ex-amante single. L'uomo accusava la ragazza di avergli fatto lasciare la moglie e poi di averlo abbandonato, prendendo a frequentare un altro uomo. L'ex amante, invece, aveva citato in giudizio l'uomo perché era diventato persecutorio nei suoi confronti, con continui messaggi al cellulare e tampinamenti: l'uomo non poteva accettare la fine della storia, perché riteneva di essere stato indotto a lasciare la moglie per essere poi abbandonato senza nessuna spiegazione. Aldilà della storia in sé, aldilà della veridicità delle cause della trasmissione, quello che è stupefacente è ciò che è uscito fuori dalle opinioni del pubblico parlante. I commenti, sia degli uomini che delle donne si possono riassumere in questo:
"Se la ragazza fosse stata al suo posto, non si sarebbe rovinata una famiglia!"
Ora mi chiedo:
"E se fosse stato l'uomo a rimanere al suo posto? Se fosse stato fedele alla moglie e ai figli?"
Nel 2014, nel fatidico III Millennio, nel super tecnologico mondo occidentale, vige ancora la mentalità maschilista, che si perde nella notte dei tempi, che vuole l'uomo "cacciatore" e la donna pronta a riaccogliere il cacciatore in casa, senza fare troppe storie, magari, per amore dei figli!
Personalmente ritengo che l'uomo sia un essere pensante e senziente, non un animale succube dei bollenti spiriti e incapace di “tenerselo” nei pantaloni.
La donna, sposata o single, ha diritto di essere amata come persona altrettanto pensante e senziente, in modo esclusivo. È possibile e lecito che un uomo e una donna decidano di avere una storia esclusivamente di sesso, ma ciò deve essere una decisione condivisa.
La donna “amante”, invece, viene vista come la meretrice di turno che rovina le famiglie: la donna tentatrice da cui l'uomo non ha scampo!
Tutto ciò mi ricorda una storia che parlava di un uomo..., una donna..., una mela..., un serpente... Ah sì…! La storia di Adamo ed Eva! La mela che Adamo mangia perché tentato da Eva... Poi Eva dice di essere stata ingannata dal serpente.

E il libero arbitrio? Esiste?

Per quanto possiamo essere tentati, uomini o donne, possediamo un cervello, non spegniamolo coi luoghi comuni.
Il problema è che questi luoghi comuni ci sono utili! Sono rassicuranti:
  • Per l'uomo, che continua a “giocare” il ruolo di potere, con l'egemonia maschile intramontabile;
  • Per la donna che “gioca” il ruolo della vittima più di quanto non si pensi, anche mascherato dietro alle accanite battaglie femministe.

In entrambe i casi ci troviamo davanti a “ruoli” conosciuti, in cui nulla è in discussione. Arroccati nelle rispettive posizioni, non c'è pericolo di ritrovarsi l'uno davanti all'altra, uomo e donna, diversi sì, ma ugualmente vincenti; non si rischia di essere se stessi, privi di sovrastrutture ideologiche derivanti da retaggi culturali duri a morire.
Senza questi “ruoli” che definiscono un preciso “copione sociale”, ci sentiremmo nudi, vulnerabili, ci dovremmo confrontare l'un l'altro, veramente alla pari.
Ma una volta per tutte:

Corriamo il rischio di essere individui sani, completi, entrambe dominanti ed entrambe dipendenti, in un gradevole gioco d'interscambio dell'esistenza!


domenica 11 novembre 2012

L'EFFICACIA DELLA PSICOTERAPIA

Ritengo che occuparsi della nostra sfera emotiva e psicologica sia essenziale per vivere meglio ogni situazione della nostra vita. Spesso ci perdiamo nella corsa verso uno stato di benessere che pretendiamo di raggiungere facendo tante cose, cercando di guadagnare un ruolo sociale che si basi sulla superficialità del possedere e rinunci alla dimensione fondamentale che ci rende uomini: l'ANIMA!

Il seguente link vi porterà ad articoli che parlano proprio dell'importanza della nostra dimensione psicologica, emotiva e relazionale che ritengo possa essere la strada per esplorare anche la nostra dimensione spirituale! 


Buona lettura



lunedì 5 novembre 2012

Dalla Chiesa...Spunti di riflessione per Educare

Nelle critiche alla Chiesa, che spesso sento e non posso biasimare, emerge ogni tanto l'azione dell' Spirito Santo...
Sta a noi aderire con il nostro stile e i nostri limiti... 
Sarebbe un peccato non accogliere il bene che può esserci donato...

giovedì 21 giugno 2012

BLACK OUT






Black Out
Buio intorno
Silenzio.


Gli occhi guardano in alto
e incontrano stupiti la luce delle stelle.
Un attimo,
Un solo attimo di buio e silenzio
risveglia i sensi della Vita.
La vita fatta della luce delle Stelle
e della Luna,
del silenzio e del canto dei grilli,
Del frusciare del vento
e di nuovo del silenzio.


La gente s'affaccia sul cortile
e osa parlare!


In quell'attimo di buio,
la gente supera il rumore cieco del caos


E s'illumina delle parole del cuore.


domenica 6 novembre 2011

ALLATTAMENTO AL SENO …e la figura del padre…?

'UNICEF e l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno redatto un decalogo di misure che ogni struttura sanitaria deve dimostrare di rispettare prima di poter essere riconosciuta "Ospedale Amico dei Bambini":

1.     Definire un protocollo scritto per l'allattamento al seno da far conoscere a tutto il personale sanitario
2.     Preparare tutto il personale sanitario per attuare compiutamente questo protocollo
3.     Informare tutte le donne in gravidanza dei vantaggi e dei metodi di realizzazione dell'allattamento al seno
4.      Mettere i neonati in contatto pelle a pelle con la madre immediatamente dopo la nascita per almeno un’ora e incoraggiare le madri a comprendere quando il neonato è pronto per poppare, offrendo aiuto se necessario.
5.     Mostrare alle madri come allattare e come mantenere la secrezione lattea anche nel caso in cui vengano separate dai neonati
6.     Non somministrare ai neonati alimenti o liquidi diversi dal latte materno, tranne che su precisa prescrizione medica
7.     Sistemare il neonato nella stessa stanza della madre ( rooming-in ), in modo che trascorrano insieme ventiquattr'ore su ventiquattro durante la permanenza in ospedale
8.     Incoraggiare l'allattamento al seno a richiesta tutte le volte che il neonato sollecita nutrimento
9.     Non dare tettarelle artificiali o succhiotti ai neonati durante il periodo dell'allattamento
10. Promuovere la collaborazione tra il personale della struttura, il territorio, i gruppi di sostegno e la comunità locale per creare reti di sostegno a cui indirizzare le madri alla dimissione dall’ospedale.



DURATA DELL'ALLATTAMENTO AL SENO ED ETÀ DI INTRODUZIONE DEGLI ALIMENTI COMPLEMENTARI

Praticare l'allattamento materno esclusivo dalla nascita all'età di sei mesi, a sei mesi introdurre gli alimenti complementari continuando ad allattare al seno.

CONTINUARE L'ALLATTAMENTO AL SENO 
Continuare l'allattamento al seno a richiesta fino ai due anni di età o oltre.

Dopo queste direttive rispettabilissime, non si può evitare di pensare a come una madre possa concretamente allattare per 2 anni e oltre il proprio bambino, visto che spesso, le mamme devono tornare al lavoro.

Al di là di questa considerazione concreta, c’è un altro aspetto da considerare

Secondo M. Mahler:

·        A circa 6 mesi il bambino inizia a volgere la sua attenzione al mondo esterno arrivando al controllo visivo tra la madre e l’altro non madre (10 mesi).
·        A 11 mesi ci sono i tentativi di allontanamento dalla madre. Sviluppo e funzionamento degli apparati autonomi dell’Io in prossimità della madre.
·        Intorno al 1° anno di età con la deambulazione appare il linguaggio e il pensiero, l’esplorazione e l’investimento libidico sulle funzioni autonome e sugli oggetti. Formazione dell’io e costanza dell’oggetto affettivo.
·        La madre deve rinunciare al possesso del figlio.

Per approfondimenti circa la teoria dello sviluppo della Mahler:


Ciò che mi sta particolarmente a cuore è un altro aspetto dello sviluppo del bimbo/a:
la presenza e la considerazione della

FIGURA DEL PADRE
Un elemento che non viene mai considerato dalle donne, anche terapeute è la figura del PADRE.
Il padre, come figura di svincolo dall’attaccamento madre – bimbo/a, potrebbe assolvere alla funzione di allattamento col biberon, o di nutrimento attraverso altri prodotti, come modalità di svezzamento.
Il padre può nutrire il figlio in modo diverso dalla madre, sia col latte che con l’emozione. Il bimbo/a, avrebbe una figura accudente diversa che gli permetterebbe di distaccarsi dalla madre, gradualmente e senza traumi, dato che passerebbe ad essere accudito comunque da una figura significativa*, nel momento in cui naturalmente tende a farlo, verso i 6 mesi ( M. Mahler).
Procrastinare il distacco dal seno potrebbe (ripeto potrebbe!) rendere meno facile il processo di separazione-individuazione del bimbo/a.
* Figura significativa
È difficile oggi, in una società maschilista che vede prioritari i preconcetti derivanti dagli stereotipi riguardo al maschio, a come dovrebbe essere e a come dovrebbe comportarsi, concepire un padre che allatti il figlio/a.
L’allattamento al seno è ovviamente un codice femminile materno, ma la funzione nutritiva dell’allattamento può essere espletata anche dal maschio che può essere una figura accudente, in modo diverso dalla madre, ma altrettanto importante per lo sviluppo del bimbo/a, che dopo i 6/8 mesi di allattamento esclusivo al seno, inizia gradualmente il suo processo di separazione-individuazione dal corpo della madre.
Il padre è importante in questo processo di separazione-individuazione perché è la figura di svincolo che facilita tale processo.
Si parla tanto dell’assenza del padre dalle famiglie e dalla funzione di accudimento, ma quando si parla del rapporto madre-bambino, il padre viene sempre tenuto in disparte, addirittura dimenticato. Ci si ricorda del padre solo quando deve andare a prenderli a scuola o in palestra, ma per aspetti di intima relazione padre-bimbo/a, il padre non viene considerato, anzi direi che questa dimensione relazionale padre-bambino è del tutto svalutata.
Auspico che la donne, in particolar modo le psicoterapeute, possano tener conto della figura del papà, non come aventi funzione di appendice, piuttosto di complementare elemento di sviluppo, almeno a partire dai 6 mesi.



domenica 28 agosto 2011

Dal Poliedro alla Sfera

Quanto tempo 
per riuscire a vedere
oltre la propria vita.
Al di là del nostro corpo
e della nostra mente.
Immergersi nel sogno condiviso
che è la Vita.

Ogni decisione che prendiamo è un tentativo di vivere in armonia con le nostre convinzioni. Dopo molte decisioni prese, ci possiamo accorgere che le nostre convinzioni non sono altro che una faccia del Poliedro che è la Vita. Dall'altra parte delle nostre convinzioni ce ne sono altre che restringono l'esistenza di chi le possiede e allargano la nostra. 
Se potessimo aprire il Poliedro della Vita per far incontrare tutte le sue facce, senza la rigida struttura, una davanti all'altra e scambiare sorrisi, colori, emozioni, convinzioni...
Se potessimo guardarci negli occhi e illuminarci della nostra unicità...
Trasformeremmo il Poliedro della Vita in una Sfera, perfetta, in cui ogni punto è diverso dall'altro ma non è ostacolato da spigoli taglienti ed accecanti! 

venerdì 12 agosto 2011

Il nostro futuro?

"I ragazzi sono il nostro futuro":
spesso si sente questa frase, in TV, nei grandi discorsi di politici che si riempiono la bocca con frasi d'effetto, che non hanno nessun altro scopo che quello di fare una bella figura.
Ma il presente dei giovani, qual è?
Senza vivere il presente, come fanno i ragazzi ad essere il futuro? Oggi non si fa altro che criticare i giovani, senza pensare che loro sono il prodotto esatto delle condotte degli adulti. I genitori vanno di corsa, sono impegnati nel lavoro, nel conflitto eterno col coniuge e "lanciano" i figli nelle ludoteche, dai nonni, in piscina, palestra, judo,oppure li lasciano davanti alla televisione o davanti al computer.
Come fanno i ragazzi ad imparare a relazionarsi con gli altri 
in maniera efficace?
Per relazionarsi con gli altri c'è bisogno della presenza degli "altri":
i primi "altri" dei ragazzi sono i genitori. E' da questi che i figli imparano a relazionarsi col prossimo. Nella fretta delle relazioni che i genitori intercorrono con i figli, si crea l'incomunicabilità*. I ragazzi non riescono a dire qualsiasi cosa al genitore, dalla più banale a quella più seria, senza sentirsi un peso. Finiscono così per crearsi un mondo proprio, in cui si fanno delle convinzioni rispetto alla condotta dei genitori, arrivando a giudicare se stessi di poco valore e indegni di essere amati, dai propri genitori e poi dagli altri.
La conseguenza naturale della convinzione di non essere importanti per i propri genitori è una svalutazione del proprio valore in assoluto: l'autostima cade a picco, la tristezza derivante da questo sentirsi non amati porta, a un accumulo di rabbia**. Questa rabbia potrà sortire, nel migliore dei casi, in condotte reattive che portano l'individuo a fare molte cose nella vita, per dimostrare di essere validi e degni d'amore. In altri casi, la rabbia potrebbe portare a condotte aggressive, scatti di furore, bullismo, condotte devianti.
In altri casi ancora, la rabbia potrebbe essere repressa e causare depressione.
Per essere il nostro futuro, i ragazzi hanno bisogno di vivere al meglio il loro presente, facendo affidamento su adulti capaci di essere dei punti fermi, nel maremoto, che è la loro crescita.
Se diamo fiducia ai bambini, ai ragazzi, possiamo essere degli efficaci mediatori che facilitano l'espressione delle loro anime. Allora ci capiterà sempre più spesso di meravigliarci della creatività dei giovani, della loro sensibilità, delicatezza, ma anche della loro forza vitale, energia che tende a conquistare il mondo per viverlo, amarlo e non per distruggerlo, come sempre più spesso accade perchè stanchi della noia che spesso li tedia, in un mondo che li critica etichettandoli come: "senza valori", "buoni a nulla", oppure "viziati", che vogliono tutto e subito.
Diamo loro fiducia e loro saranno di certo, il nostro futuro!

lunedì 25 luglio 2011

COMUNICAZIONE

In questa epoca, piena di tensioni e violenze di ogni tipo, è necessario stimolare la Comunicazione, intesa come dialogo tra persone diverse che vogliono vivere insieme, rimanendo diverse.
La Comunicazione non ci deve rendere uguali, piuttosto deve essere veicolo di Conoscenza delle diversità culturali, sociali, religiose e soprattutto, deve stimolare l’Accoglienza e il Rispetto del diverso.
Accogliere e rispettare le diversità non vuol dire condividerle!
L’altro deve avere il diritto di pensarla diversamente da noi, così come noi dobbiamo avere il diritto di pensarla diversamente dall’altro.

«Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirlo»  

Oggi, molte persone danno la vita e spezzano la vita altrui per impedire all’altro di essere diverso!

Per affrontare l’emergenza di una situazione che vede vana ogni speranza di una vita vissuta nella pace, è necessario iniziare dall’individuo.
Non si possono aspettare decisioni politiche risolutive!

Il corpo oggi è oggetto di violenza e massacro:
 l'individuo può ricontattare la sua autentica origine corporea e spirituale.

Il corpo, inteso come insieme di organi ma soprattutto, come emozioni legate al divenire dell’esistenza, si è perso nell' affannosa corsa alla affermazione dell' "io".
La cultura dell’Immagine e gli status symbols a questa legati, hanno reso l’uomo individualista e indifferente alla relazione col prossimo.
È proprio la relazione con l’altro che rende possibile una maggiore consapevolezza di noi stessi come esseri umani, dotati di un corpo senziente e genera un maggior rispetto per la vita di tutti. 

lunedì 18 luglio 2011

Malati di Mente

I malati di mente, i pazzi che dir si voglia, sono un aspetto molto scomodo della nostra realtà di esseri umani. Il rischio che ognuno di noi sarebbe potuto, o potrebbe diventare "pazzo", nel corso della vita, ci spinge a negare il problema, allontanandolo dalla nostra mente, pensando che appartenga sempre ad altri. La realtà è che questo aspetto della vita ci appartiene. Qui ed ora. Negare la dimensione umana ai malati di mente, come avveniva nei manicomi fino alla legge Basaglia e come tuttora avviene quotidianamente, quando i cosiddetti pazzi, vengono trattati meglio da un punto di vista igienico-sanitario, ma continuano a non essere considerati uomini bisognosi di un contatto umano, emotivo, è stata ed è una "difesa psicologica"con cui l'uomo "sano" disumanizza quello "malato", per allontanare da se stesso il pericolo della pazzia.
La pazzia ha un senso, se lo cerchiamo; infatti anche i pazzi sono in grado di dare emozioni e insegnamenti alle anime che desiderano accogliere l'uomo che sta dietro la pazzia. Superando le paure ed entrando in contatto con i malati di mente, possiamo capire che si tratta di uomini come noi, con una sensibilità diversa, ma con i nostri stessi bisogni di considerazione, approvazione, di carezze, affetto, ma anche di una guida autorevole.

Sicuramente i pazzi non possono produrre ciò che la nostra società va rincorrendo affannosamente, l'ottima prestazione fisica ed intellettuale, ma possiedono inalterata, genuina, la parte più bella dell'uomo e cioè la parte del "Bambino". E' la parte più arcaica dell'individuo, ancora legata al linguaggio analogico scevra dalle sovrastrutture dell'uomo "civilizzato", un linguaggio che somiglia al linguaggio onirico.

Mi è capitato di ammirare dei quadri dipinti da malati di mente: non sono altro che "sogni su tela". E' come se dipingessero direttamente ciò che sognano. Uno di questi pittori pazzi, ha detto riguardo ad un suo quadro: "Ho fatto un uomo con la mente!"; noi poi gli facciamo dire che lo ha fatto anche con le mani, ma in realtà lui ha ragione, l'ha dipinto proprio con la mente, le mani sono un' estroflessione del "sogno continuo", che è l'identità del pazzo. Le mani del pazzo infatti, non seguono le regole artistiche per creare il quadro, piuttosto il loro moto onirico, che costituisce la loro identità. Forse vivendo un po' di più la nostra dimensione onirica, potremmo liberarci dalla schiavitù dell'efficienza, dell'immagine, del produrre, per godere della bellezza di forme di vita che hanno un fascino tutto da sognare.  

sabato 16 luglio 2011

FIDUCIA E TRADIMENTO: due realtà che non possono esistere indipendentemente l'una dall'altra

Appena nati, siamo un tutt'uno con nostra madre, tanto da non discriminare il nostro corpo dal suo.
Siamo addirittura tutto il mondo ("delirio di onnipotenza"?).
Gradualmente sentiamo che il nostro corpo è definito e staccato da quello di nostra madre, spinti dall'istinto di autoaffermazione ("morso al seno"), ma soprattutto attraverso le inevitabili separazioni dal corpo di nostra madre.
Le prime separazioni possono essere viste come primi "tradimenti" di nostra madre, che se ne va, piuttosto che soddisfare la nostra grandiosa aspettativa, di tenerci ancorati al suo corpo/mondo.
La fiducia incondizionata è quello che da bambini abbiamo verso nostra madre o verso una figura significativa; è la fiducia che ci fa pretendere che i nostri bisogni siano soddisfatti, senza che noi li manifestiamo in alcun modo.
Questa fiducia deriva dalla idealizzazione, inizialmente fisiologica, che noi operiamo sulla figura di nostra madre, ma che se permane durante le fasi di crescita, può determinare forti disagi nello sviluppo di una personalità autonoma.
I "tradimenti" sono necessari, affinchè ba bambini, illusi da una fiducia incondizionata, passiamo ad una fiducia "adulta", in cui accettiamo il rischio che l'altro, possa tradire le nostre aspettative, visto che si tratta di un individuo diverso, con percezioni e idee diverse dalle nostre.
Il tradimento così inteso, può essere una occasione per maturare nella relazione:
infatti, il tradito e il traditore, possono imparare qualcosa di se stessi e dell'altro, comunicando efficacemente.
Spesso si tradisce l'altro, perchè per troppo tempo si è stati traditori di se stessi.
Se io, per non tradire l'altro, rinuncio ai miei bisogni e desideri, finisco per tradire me stesso. Dunque mi illudo di non essere il traditore, ma in realtà, lo sono comunque!
In una relazione significativa, che può essere quella tra genitori e figli, oppure tra moglie e marito, o anche tra amici intimi, si finisce prima o poi per tradirsi a vicenda, non perchè non si ami più l'altro, piuttosto perchè si è diversi e col passare del tempo, le nostre evoluzioni esistenziali, ci fanno distaccare dalla intesa più o meno perfetta che ci siamo costruiti, all'inizio della relazione.
In ogni relazione, le intese iniziali, vanno rivedute e corrette, perchè col passare del tempo, si cambia.
Una comunicazione efficace ( Vedi pagina )  dei propri propositi, desideri, bisogni, può portare ad una migliore gestione degli inevitabili "tradimenti" che nascono nella relazione.
Qui, siamo davanti al vero problema:
non si comunica all'altro, in modo intimo, genuino, spontaneo, ciò che ci riguarda e si finisce per non tollerare il dolore che viene da un inevitabile "tradimento".

venerdì 15 luglio 2011

Bambino ADHD in classe: punto di vista di un educatore

Occupandomi di un bambino diagnosticato ADHD di nome Marco (nome inventato, di seguito M.) per oltre 4 anni alla Scuola Primaria, ho potuto notare che le difficoltà maggiori le hanno più i genitori dei compagni e gli insegnanti, che i bambini stessi.
I compagni di M. sono stati e sono tuttora molto affettuosi e comprensivi, nonostante possano arrivare ad un limite di sopportazione che sfocia poi nel malcontento evidente!
Ci sono anche molti atteggiamenti accoglienti la “diversità” di M. da parte dei compagni, arrivando a comportamenti finanche accudenti. In queste occasioni è evidente come una “diversità-fragilità” possa indurre sentimenti di affettività genitoriale da parte dei coetanei. Allo stesso modo i bambini possono arrivare ad assumere ruoli normativi, quando stanno accanto a M., aiutandolo a fare i compiti o quando gli danno indicazioni comportamentali.
I bambini sembrano molto creativi nell’inventare modi di stare con chi ha delle difficoltà, sanno superare il fastidio causato dall’esuberanza di un bambino iperattivo, per arrivare a interagire con lui in modo efficace, servendosi anche dell’adulto come mediatore.
In alcuni momenti, tuttavia, ho notato quanto i compagni provochino M. affinché crei scompiglio in classe: dopotutto un certo Freud definì il bambino “perverso polimorfo”, cioè in grado di procurarsi soddisfazione libidica in differenti modi perversi, estendibili a mio avviso, anche alle relazioni sociali con i pari. Attraverso le dinamiche relazionali l’individuo, in questo caso il bambino, può trovare soddisfazione nel provocare una reazione violenta da parte del bambino iperattivo, per le motivazioni più disparate.
Ho potuto vedere, per esempio, bambini che dopo aver provocato M. con un gesto, correvano da me per farsi difendere, mettendosi dietro di me e chiedendomi aiuto con un’espressione ibrida che esprimeva paura, divertimento ed eccitazione.
Spesso ho visto i compagni di M. provocarlo perché si creasse panico in classe:
è una soddisfazione forse “sadica” indurre M. a reagire in modo violento contro i banchi, gli astucci, le insegnanti, i compagni, l’ AEC?
Oppure può essere gratificante per il bambino vincolato ad una condizione di “normalità”, provocare le reazioni aggressive nell’unico bambino che è quasi legittimato ad averne, visto che è un bambino con problemi, che ha la maestra di sostegno e l’AEC? Insomma un modo per vivere l’aggressività proiettandola sull’altro e vedendola agita dall’altro?

A voi la risposta!
 
La gestione efficace del bambino iperattivo in classe e non solo, dipende anche dal comportamento che l’adulto assume. Ho potuto notare diversi comportamenti degli adulti che purtroppo sono stati inefficaci, ad esempio:
1.   Le insegnanti possono mostrare insofferenza per la presenza del bambino iperattivo in classe attraverso atteggiamenti che portano a considerare il bambino come un elemento da tenere il più possibile lontano dai compagni. Per legittimare un tale comportamento si adducono come motivazione, i comportamenti esuberanti dell’iperattivo, che possono essere non solo disturbanti per l’intera classe ma anche pericolosi per l’incolumità degli altri bambini. Tutto ciò provoca un isolamento del bambino ADHD e una svalutazione delle possibili potenzialità da stimolare nel bambino.
2.   I genitori dei compagni dell’iperattivo possono lamentarsi pesantemente della presenza del bambino che spesso fa dispetti, sputa, tira calci, schiaffi, pugni ecc., finanche minacciando di fare denuncia alla Scuola se il loro figlio torna a casa con un graffio o con un livido. Questo comportamento evidenzia una scarsa capacità di mettersi al posto degli altri e provare a comprendere le difficoltà che, dopotutto, avrebbero potuto avere anche i loro figli.
 Esempio di comportamento efficace:
3.   Le insegnanti e i genitori dei compagni del bambino iperattivo possono cercare di comprendere la natura del disturbo, cercando di mettere da parte il desiderio di avere meno rogne possibili e piuttosto di considerare il fatto che un bambino con tali difficoltà può essere occasione per gli altri bambini, di maturare una sensibilità verso la diversità, specialmente se la diversità costituisce motivo di malessere personale e d’isolamento. I bambini cosiddetti “normali” possono essere così aiutati a considerare quello “anormale” come uno di loro, che ha bisogno di comprensione e aiuto. Questi bambini, aiutati da adulti comprensivi, possono concorrere attivamente all’ integrazione del bambino iperattivo, facendo probabilmente la parte più grossa e importante. È da loro infatti che M. ha avuto maggiore motivazione al cambiamento delle proprie modalità comportamentali, non lo sono state le punizioni, né i moniti genitoriali.
Purtroppo devo concludere che molte scuole primarie e non solo, sono poco preparate a interagire efficacemente con bambini ADHD o DSA o aventi altri tipi di disturbi. Non c’è una mentalità volta all’ascolto e alla comprensione delle difficoltà dell’altro, piuttosto si pensa allo svolgimento del programma ministeriale, non si ha tempo per lavorare sulla socializzazione dei bambini all’interno della classe, anche in assenza di bambini “problematici”, figuriamoci in loro presenza!
Mi auguro che in un futuro prossimo ci sia un cambiamento di rotta nelle scuole, volto a considerare maggiormente la necessità che hanno i bambini di vivere la scuola come un’agenzia educativa e di socializzazione, in cui poter imparare a “fare gruppo”, a essere collaborativi e non competitivi, a gestire i conflitti; in cui possano imparare a contattare le proprie e le altrui emozioni, positive e negative e a riconoscerle, tutte, come legittime.
Insomma spero che le scuole possano diventare luoghi dove s’impari sì a “leggere, scrivere e a far di conto”, ma soprattutto dove s’impari a VIVERE!  



giovedì 14 luglio 2011

EDUCAZIONE "Gentile"

è ciò che mi è venuto in mente quando ho deciso di creare un blog per dare sfogo al mio desiderio di dire ciò che penso, sento, desidero, riguardo a un argomento che mi sta a cuore. Mi occupo dei cosiddetti bambini e ragazzi "difficili", a scuola e nei loro domicili. Mi accorgo sempre di più di quanto i bambini abbiano bisogno di sentirsi "amati" anche quando ricevono un rimprovero. Ho messo "amati" tra le virgolette perchè l'accezione che si dà spesso, se non sempre, a questa parola è: "vezzeggiati", "coccolati" e il comportamento amorevole è identificato col permissivismo. 
Ritengo che il detto "Il bastone e la carota" abbia un germe di verità che va però fatto crescere. Nell'accezione usuale del detto, la carota rappresenta tutto ciò che si concede all'altro, in questo caso al bambino/a o ragazzo/a, mentre il bastone è ciò che si proibisce e ciò che si impone in modo coercitivo.

Esiste un nuovo metodo di addestramento per cani che si contrappone al metodo tradizionale. 
Il titolo di un libro che illustra questo addestramento innovativo è:
"Guida pratica all'educazione gentile del cane. Un nuovo metodo per educare con dolcezza il nostro cane".
La descrizione di questo libro recita: "Risulta a tutti naturale e spontaneo individuare nel proprio cane comportamenti sgraditi e cercare di evitare che si ripetano sgridandolo. Naturale non è però sinonimo di efficace: spesso non si ottiene alcun risultato concreto perchè non si conoscono alternative valide. I nuovi metodi di educazione dolce favoriscono buoni risultati in modo efficace, veloce e piacevole per cane e padrone, insegnando a premiare i comportamenti graditi piuttosto che punire gli involontari errori commessi dall'amico a quattro zampe. Il manuale insegna a tutti ad appropriarsi di queste tecniche innovative.

Se il migliore amico dell'uomo impara di più e meglio dall'Educazione Gentile, ci riuscirà pure il figlio dell'Homo Sapiens!!!
        
Possiamo concludere che la "carota" può essere usata sia come rinforzo negativo, semplicemente togliendola al bambino, al ragazzo e finanche all'adulto con la Sindrome di Peter Pan, che positivo, dandola a rinforzo dei comportamenti funzionali. 
E il "bastone"?
Possiamo darlo a un anziano affichè sostenga i suoi passi oppure lo possiamo gettare al fuoco!

Voglio una scuola che insegni a voler vivere felici insieme agli altri!

Sufficiente, buono, ottimo, 6/10, 8/10, 10 e lode! E’ davvero questo che vogliamo dalla scuola, una sequela di numeri da appioppare a un’altra serie di soggetti che devono imparare da insegnanti che impartiscono istruzioni?
Oggi la scuola, nonostante faccia posto a progetti tenuti da psicologi, in cui si parla di emozioni, aspettative, comunicazione, in vari gradi e modalità, è ancora molto legata alla performance dell’alunno, in funzione dei programmi da svolgere e al livello d'istruzione che ad una certa età bisogna raggiungere.
Insomma, la scuola è immersa nella natura narcisistica della nostra società, sempre più attenta all'ottimale performance individuale.
Un'alternativa potrebbe essere quella di iniziare a considerare la classe come un gruppo di persone con diverse peculiarità espressive e cognitive e pensare a instaurare un clima di collaborazione tra gli individui.
La conflittualità che spesso si trova nelle classi è causata dall’alta competitività dei discenti, che fanno a gara per compiacere la maestra, nel darle per primi una penna rossa che chiede in prestito, oppure nel fare i compiti e le verifiche meglio degli altri. In queste classi si assiste alla formazione di gruppetti in cui c’è solidarietà nella lotta contro gli altri. Si forma il “noi” del gruppetto, ma non il “noi” della classe, che sarebbe foriera del “noi” della comunità di appartenenza e poi della società in senso lato.
È in questo clima competitivo che si attuano progetti scolastici che vogliono insegnare “La solidarietà”, “Il rispetto delle regole”, “Il senso civico” ecc.
Premettendo che questi progetti sono molto interessanti e spesso ben fatti, il risultato è che rimangono delle “oasi d’insegnamento” che sono destinate a rimanere isolate, nel deserto della fretta e della fredda corsa allo svolgimento del Programma Ministeriale.

La solidarietà è essenziale in una società:
come si può parlare di solidarietà nel progetto “Aiutiamo il Burundi” e poi non essere in grado di insegnare a un bambino come ascoltare il compagno di banco con cui sta litigando. La solidarietà quindi, si limita all’elargizione di somme di danaro, senza avere una coscienza intima di cosa sia aiutare l’altro, comprendendolo, prima di tutto.

Il rispetto delle regole è altrettanto importante nella vita quotidiana della classe, ma anche nella vita in generale. È importante dunque mediare le regole in modo che non siano percepite come coercitive e foriere di privazioni, piuttosto come possibilità che ognuno ha di esprimere la propria libertà. Utile a questo scopo potrebbe essere un lavoro volto all' interiorizzazione delle regole attraverso delle drammatizzazioni, che facciano vivere la situazione al bambino, oppure attraverso discussioni, se siamo davanti a individui più grandi. Purtroppo le regole vengono mediate come imposizioni, perché sono da sempre vissute come tali dagli stessi insegnanti.

Il senso civico:
nei corridoi delle scuole spesso si assiste alla scena del cappotto per terra che viene calpestato da tutti i bambini che passeggiano durante la ricreazione o che si trovano a passare da lì. Alla domanda dell’insegnante: “Perché non lo raccogli?”, c’è l’ovvia risposta: “Non è mio!”.
La stessa cosa accade se per terra c’è una penna, un quaderno, uno zaino, un pezzo di carta ecc.
Come si pretende di vedere un bambino raccogliere un cartoccio di carta non suo, se è stato abituato a lavorare da solo, per conto suo, pensando alla propria performance, senza mai aver sperimentato la collaborazione nell’apprendimento e nei vari contesti che vive?

Tornando alla natura narcisistica della nostra società, in cui la scuola è immersa e sommersa, vediamo bambini e adolescenti oberati d’impegni: calcio, pianoforte, danza, basket, insomma tutte attività in cui la performance individuale viene premiata. Anche negli sport di squadra c’è una focalizzazione nella performance individuale, a scapito di quella di gruppo.

Dunque, la scuola non è certo la causa della natura narcisistica della nostra società, ma potrebbe essere un luogo in cui si rimette in discussione questa natura, andando a contrastare le tendenze ad isolare il corpo dalla mente. Per corpo non intendo certamente il “fisico”, ma “corpo” come “luogo” in cui si esprimono i bisogni e i desideri naturali dell’essere umano, pensante e senziente: “corpo” come interfaccia tra me e l’altro, al quale posso esprimere la mia intimità.

Pensiamo, dunque, a fare stare i nostri bambini e adolescenti l’uno davanti all’altro, guardandosi, ascoltandosi, capendosi, aiutandosi nella gestione dei conflitti e nel bisogno/desiderio di comunicare agli altri la loro voglia di vivere insieme, una vita felice.

C’è un solo problema:
affinché i bambini e gli adolescenti imparino a stare l’uno davanti all’altro, esprimendo reciprocamente i propri bisogni e sentimenti, è necessario che noi adulti iniziamo a farlo per primi!